
Naro: la storia e l’incanto
di Salvatore Nocera
Adagiata a mezzogiorno, sul crinale giallo tufaceo di una collina a circa 600 metri sul livello del mare, Na-ro indubbiamente è una città che incanta: posta al confi-ne tra la Val di Mazara e la Val di Noto, a pochi chilo-metri da Punta Bianca, sul mare Africano, dalla sua sommità lo sguardo si sperde su gran parte della Sicilia, fino all’Etna.

“…avi terri assà di siminari e ancora avi cchiù ter-ri siminati”, recita il poeta, traendo il suo verso da Al I-dris, l’Edrisi geografo arabo alla corte di Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi, che non a caso denominò Naro Urbs Fulgentissima, inserendola tra le prime 23 città demaniali (poi divenute 42) nella riunione del Parlamen-to di Messina dell’anno 1233.

Le sue origini si confondono con il mito e la leg-genda, tra fiumi e fuochi accessi dall’alto di tre torri (l’attuale simbolo-stemma della città), primo baluardo di una serie di altre torri, sparse nell’interno di tutta la Sici-lia, con le quali si comunicava in tempo reale, appunto attraverso l’accensione di fuochi che avvertivano i cri-stiani delle scorribande barbaresche sulla vicina costa: Acragante, Akràgas Jonicum (fondata almeno cento anni prima di Akràgas Doricum, ovvero Girgenti), Inico la vuota (per la sua conformazione a grotte e cunicoli) In-dara l’appariscente, Camico, Nar, Naàron (fiume), Na-har (fuoco), Mothyum, Corconia, Naro: tutte denomi-nazioni che testimoniano la presenza continua della Ful-gentissima nel mito e poi nella storia della Sicilia, in-sieme ai popoli che l’hanno abitata e dominata, dai Sica-ni ai Fenici e ai Cartaginesi, dai Greci ai Romani, e poi agli Arabi, i Normanni, gli Angioini, gli Aragonesi, i Borboni. Già città demaniale a capo di una Comarca, ovvero il riferimento culturale ed economico di un’ampia giurisdizione su cui ricadevano gli attuali terri-tori di Canicattì, Campobello di Licata, Castrofilippo, Sommatino, Camastra, Racalmuto, Grotte e Delia, Naro sembra una nobilissima aristocratica decaduta, ma la sto-ria e la cultura sono la sua linfa, che ancora per fortuna scorre nelle vene dei suoi abitanti: i quali, però, non sembrano esserne abbastanza consapevoli, salvo manife-starla in altri luoghi: “Cu nesci arrinesci”, e mai come per i naresi questo detto è stato più azzeccato, per quanto mascheri un certo atteggiamento di rinuncia e passiva rassegnazione.

Per ora, in attesa di tempi migliori, ci si immette nella SS 576 che dalla SS115 porta da Agrigento a Na-ro: il paesaggio, da collinare costiero, si trasforma ina-spettato, richiamando ben più nordiche e lontane contra-de: certe lande irlandesi, per esempio, o le colline di Volterra. Il primo impatto è con formazioni rocciose grigiastre, le cosiddette serre, inverdite da macchia me-diterranea o da recenti forestazioni: un andamento colli-nare che porta a salire con dolcezza, senza scossoni, senza bruschi inerpicamenti, fino alla Serra di Furore, sicuro insediamento preistorico che la strada attraversa a valle separandola dalla diga dell’ESA, con la sua tipica conformazione a cunicoli e grotte, con i suoi misteri e le sue leggende, tra cui La leggenda dei sette anni: quando si sente l’urlo del nobile naritano decaduto Blasco Mi-gliaccio, rinchiuso in una di quelle grotte piene di ogni ricchezza, di cui si mostrò avido, abilmente raggirato dal sulfureo Mefistofele!… (È attualmente in atto, ben visi-bile, una fittissima palificazione eolica: enormi mulini a vento di metallo si stagliano al cielo, alterando definiti-vamente la linea dell’orizzonte a cui lo sguardo, malgra-do le innegabili potenzialità produttive di tali istallazio-ni, ancora non riesce ad abituarsi).
Dall’altro lato della collina narese, sul versante di Canicattì, una serra a forma di castello, il Pizzo Gium-mello, Giummieddu, richiama nel ricordo fabulatorio dei più anziani le gesta dei Paladini di Francia e la morte dell’eroico Orlando, che a Roncisvalle, già in fin di vita, suona il corno fino a farsi scoppiare i polmoni per avver-tire i suoi dell’agguato dei Mori. Nelle sue vicinanze gli speleologi vi hanno da poco scoperto una bellissima e ampia grotta, che si sviluppa su vari livelli per circa due km, con variopinti riflessi e rare stalattiti e stalagmiti ro-sa, e dove si rinvengono spesso le tracce d’u puorcuspi-nu, l’istrice dai lunghi aculei che dà il nome al nuovo si-to, la Grotta dell’Istrice, appunto, facilmente visitabile sotto opportuna guida.
Sul versante camastrese, u Castiddazzu è la serra più mitica di tutte, esempio della cosiddetta cultura Ca-stellucciana, tipica di quell’epoca in cui la preistoria si-cana usciva dalla nebulosità leggendaria fino a chiarifi-carsi – a perdersi – nella storia: tra Naro e u Castiddazzu un terzo colle, e lì nei pressi un fiume, sembra in epoca preistorica navigabile, esattamente la descrizione che gli storici antichi davano della meravigliosa Camico, la città fortificata del re Cocalo ingegnosamente costruita da Dedalo, appena fuggito da Creta in cui aveva costruito il labirinto del Minotauro, portandosene con sé il segreto, e riparato per questo alla corte del sovrano sicano.
A dire il vero molte cittadine potrebbero corrispon-dere, per conformazione e posizione, all’antica Camico: Sutera, Caltabellota, Sciacca, la stessa Agrigento!… Tra le altre, Sant’Angelo Muxaro gode attualmente del mi-glior credito.
Proprio nei pressi di Naro la pietra, da dura e gri-giastra, si trasforma in tufo, carico, arancio, facilmente perforabile, ma resistente – a parte le notizie dell’ultima frana (gennaio 2005) che però, a rigor di verità, va inse-rita in un fenomeno presente nella zona da tempo im-memorabile, e che periodicamente si fa sentire sempli-cemente perché gli uomini, sempre loro!, insistono a vo-ler occupare una faglia che la natura non vuole che si a-biti! – Qui si aprono grotte molto antiche, usate dai pri-mi cristiani come catacombe, la più conosciuta delle quali è la Grotta delle Meraviglie, che si affaccia sull’ubertosissima Valle del Paradiso, così chiamata per la sua rigogliosità da Federico III d’Aragona, il quale nel 1324 promulgò proprio a Naro i Capitolati del Regno, le Leggi del Buon Governo, sostando nel castello che nel 1366 sarebbe diventato Chiaramontano. È ancora da questa Valle che il 27 febbraio 1938 si svolse la prima Sagra del Mandorlo in Fiore, anzi: Fiorito, voluta dal federale di Agrigento del Partito Nazionale Fascista di allora, il narese Conte Alfonso Gaetani. Poi, per ragioni di opportunità di politiche territoriali, la Provincia spostò la Sagra nella vicina Valle dei Templi, diventando nel corso degli anni conosciuta in tutto il mondo.
Ai piedi della collina, sul versante Favara-Castrofilippo, dominato dalla cupola della chiesa di Sant’Agostino, si adagia l’invaso che raccoglie le acque del fiume Naro, trattenute dalla Diga San Giovanni, già teatro di innumerevoli manifestazioni sportive interna-zionali di canottaggio. È qui che la gente adesso si reca fin dalle prime giornate di tepore primaverile, nelle sue gite fuori porta, nelle scampagnate dei lunedì di Pasqua: papere, trote, uccelli migratori, e una vasta pineta accol-gono i numerosi gitaioli provenienti da tutto il circonda-rio.
Si arriva finalmente in paese, stavolta inerpicandosi un po’ di più, e il primo incontro è con il monumentale Calvario, a monito e a guardia degli uomini, radunati d’estate nell’immensa piazza sottostante su cui s’erge il Santuario di San Calogero, il cui culto ancora continua ogni 18 giugno, con gli ex voto a forma di pane, i pelle-grinaggi a piedi e la straula con su la statua del santo ne-ro trainata da migliaia di fedeli attraverso lunghe corde, nell’attesa di una grazia.
Poi su, per Viale Umberto, costeggiando la seicen-tesca Cruci di Petra a Santamarigè, ovvero la Chiesa di Santa Maria di Gesù, con l’annesso convento france-scano, fino a una piazzetta di raccolta per gli uomini stanchi del lavoro nei campi: San Milasi.
Da qui si dipartono tre importanti strade:
la prima scende sulla sinistra, via Vittorio Emanue-le, più comunemente conosciuta come a Strata o Cursu, che taglia le antiche mura medievali della città, uno stretto budello ricco di palazzi sei-settecenteschi, baroc-chi, il salotto buono, con negozi e caffè, e la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, gotico-normanna, una delle più belle e suggestive chiese di tutta la provincia di Agrigento, con una Pietà e una Madonna delle Grazie di scuola gaginesca, nonché resti di affreschi attribuiti a Mastru Ciccu da Naru – Cecco da Naro – colui che ha affrescato il soffitto dello Steri di Palermo, per intender-ci; fino ad arrivare in piazza Garibaldi, su cui troneggia l’imponente facciata barocca della chiesa di San Fran-cesco d’Assisi, dentro cui, tra l’altro, sono da ammirare gli affreschi di Domenico Provenzani, illustre pittore del settecento palmese, con annesso convento, ora Mu-nicipio. Lì accanto il palazzo Malfitano, ora sede di un importante e ricco Museo della Grafica, con opere do-nate ed eseguite da Bruno Caruso, ma anche un Goya e un Rembrandt.
La seconda via va dritto, attraverso la Porta Licata della cinta muraria medievale, per l’antica via Maestra e dei Monasteri, ora via Dante, a basole di Catania leviga-te e cupoleggianti, dove le famiglie nobili di Naro (De-stro-Brancato-Torricelli, Sciplini, Gaetani, Palmeri, Im-peria…) a partire dal 1600, invogliati dalla presenza di numerosi ordini conventuali, edificarono i loro palazzi tuttora visibili nel loro antico fulgore, giallo di tufo: su-bito si incontra la chiesa di San Giovanni Battista, e il convento dei Domenicani; la chiesa del Santissimo Salvatore, benedettina, dotata di una facciata barocca molto arcaica, ospitante le statue di San Benedetto e Santa Scolastica; il Quarto Nobile, ciò che rimane dell’antico monastero delle Benedettine, accanto a Sca-lunata, che collega via Dante con il Vecchio Duomo, a Matrici Vecchia, nella cui cavea ogni estate si svolgono spettacoli di varia natura; e ancora la collegiata dei Ge-suiti, che nel 1600 fondarono qui l’Universitas Studio-rum, con annessa la chiesa Madre, con opere di scuola gaginesca e del Provenzani; la chiesa di San Nicolò, o-scurata purtroppo dalla presenza di un altissimo palazzo moderno che ne deturpa la visuale; e continuando, la strada sfocia in una vasta piazza dove si erge la chiesa di Sant’Agostino e l’annesso convento degli Agostinia-ni, in parte demolito, chiesa grandiosa e richiamante nel-le forme, ovviamente con le dovute proporzioni, San Giovanni in Laterano in Roma.
La terza via sale a destra, fino ad arrivare alla Porta Vecchia, o Porta d’oro: da qui entrava il frumento, l’oro che per secoli ha arricchito Naro, proprio accanto al Ghetto ebraico, da cui gli ebrei furono schiacciati, co-me del resto da ogni altra parte della Sicilia, a partire dal 1492, data veramente fatidica, per la storia moderna! Per una strettoia che a malapena fa passare un’auto di media cilindrata, si arriva al Vecchio Duomo, già in passato dedicato a Maria S.S. Assunta dagli Angeli. Costruito su una preesistente moschea, occupa, insieme al vicino Ca-stello, il punto più alto della collina di Naro. In quanto Cattedrale, il clero locale doveva svolgervi quotidiana-mente delle funzioni liturgiche, sottoponendosi per al-meno tre volte al giorno a una arrampicata che, per quanto spesso supportata da muli e asini, risultava in o-gni caso faticosissima. Per tale motivo, approfittando di una lesione nella struttura muraria che fu sicuramente ingigantita, i sacerdoti ottennero intorno agli anni 30/40 del diciannovesimo secolo, di nominare Cattedrale l’attuale Chiesa Madre – a Matrici – in via Dante, situa-ta molto più in basso ed ovviamente molto più agevole da raggiungere. Il Vecchio Duomo venne così abbando-nato – gli arredi, le statue, i dipinti e quant’altro furono distribuiti nelle altre chiese – finché l’incuria non lo ri-dusse a un rudere. Recuperato negli ultimi anni, sembra-va essere diventato un’importante centro di aggregazio-ne culturale, con spettacoli soprattutto estivi e manife-stazioni di un certo impegno. Purtroppo gli ultimi eventi franosi del 2005 hanno ancora una volta relegato il Vec-chio Duomo a monumento da ammirare soltanto da fuo-ri, con la sua facciata arabo-normanna a sesto acuto, in-tabarrata in una solida struttura di tubi innocenti che ne impedisce al momento la fruizione.
Ma lì vicino, finalmente, il monumento più impor-tante di Naro, anch’esso recentemente ristrutturato e per fortuna risparmiato dal movimento franoso, il Castello Chiaramontano: da qui davvero lo sguardo si perde nella storia, ma con dolcezza, delineando l’immenso o-rizzonte placidamente, mentre si avvertono gli echi di antichi racconti, il più suggestivo dei quali ha come pro-tagonista Giselda, morta di crepacuore nella torre più an-tica del castello, rinchiusavi dal marito Calvello, perché invaghitasi del paggio Beltrano, fatto scaraventare giù dall’alto della stessa torre: triste storia, che la commossa fantasia popolare ha trasformato in leggenda: “Nelle notti di luna piena, il fantasma di Giselda si aggira per i bastioni fatali, invocando l’amato Beltrano...”
Salvatore Nocera