AGRIGENTO. L'idea, al sindaco di Naro Maria Grazia Brandara, gliel'ha suggerita anche quel suo ruolo di presidente, che da un anno in qua, ricopre nell'Ato di Agrigento. Subentrando direttamente nella gestione dell'ente i sindaci del comprensorio, si è già determinato un notevole risparmio solo per il taglio dei gettoni, visto che tutti siedono nel cda a titolo gratuito. Partendo dal proficuo “sodalizio” con i colleghi dei Comuni viciniori - e magari un po' per esorcizzare in positivo, una sigla che richiama nell'immaginario non pochi problemi ed affanni per gli utenti - è saltata fuori anche l'idea di mettere su, magari con un pizzico di scaramanzia, un ben altro Ato, in quel di Agrigento: l' “Ato dello Spirito”. Il comune denominatore, che dovrebbe mettere insieme ed in rete un bel po' di centri dell'agrigentino, sarebbe lui: San Calogero, il “Santo Nero” più amato e venerato da queste parti (come nel resto dell'isola). Arrivato nel V secolo d.c. dall'Asia Minore, patrono di Naro fin dal 1626 - dove viene festeggiato dal 17 al 25 giugno - San Calogero, l'eremita dotto e rinomato per le sue guarigioni miracolose, da secoli viene infatti celebrato con suggestive ed emozionanti processioni, grandi folle di fedeli e devoti, in ben 16 Comuni dell'agrigentino: tra cui il capoluogo, Sciacca, Porto Empedocle, Favara, Canicattì, Cammarata, Aragona, Grotte, Casteltermini. Oltre che in una cinquantina di altri centri dell'isola. Senza contare le varie Confraternite ed associazioni di “Amici di San Calogero” sparse nel bel Paese ed all'estero, ad iniziativa soprattutto dei tantissimi emigranti: da New York, a Houston, ma anche in Francia, Germania, Inghilterra, etc. L'idea di mettere insieme, in una sorta di “Ato dello spirito” tutti i sindaci dei centri agrigentini da secoli legati dal culto per il medesimo Santo Nero, nei giorni scorsi, Maria Grazia Brandara, l'ha esternata con una lettera aperta, ad alcuni suoi colleghi. Sollecitandoli, in nome dei festeggiamenti in suo onore - quelli di Naro sono già in corso - a creare “rapporti di maggiore solidarietà e comunanza”.

Maria Grazia Brandara
All'inizio, magari intraprendendo uno studio comune sul culto del Santo, e poi promuoverne tutti insieme la divulgazione. Poiché da cosa nasce cosa, a partire da questa ricerca condivisa e studio condivisi - è il senso della missiva inviata dal sindaco Brandara ai suoi colleghi - si potrebbero anche realizzare altre iniziative in più svariati ambiti. «Per esempio quello turistico e culturale - argomenta il sindaco di Naro - promuovendo e pubblicizzando le tradizioni popolari più singolari ed attraenti della zona. O sul versante culturale, con iniziative legate ai temi dell'immigrazione, visto che San Calogero, il Santo Nero, fu anche un immigrato in Sicilia». Tra le ipotesi, anche quella di allestire un comune portale sul Web, per mettere in rete tutti i luoghi ed il calendario dei festeggiamenti dedicati a San Calogero - in genere molto suggestivi, con durata non inferiore ad una settimana - per farli conoscere anche fuori dall'isola. Momento iniziale di questo ritrovato “sodalizio” tra i Comuni, nel nome del culto a San Calogero, è già stata la piazza di Naro: dove lo scorso 19 giugno, i sindaci dei centri in cui il Santo Nero è venerato - in testa il primo cittadino del capoluogo Marco Zambuto - sono sfilati con la fascia tricolore ed i gonfaloni dei loro Comuni, in testa alla processione narese. Un primo “segnale” per rimarcare l'esordio di un cammino comune. «Vorremmo affidare a San Calogero, il nostro messaggio verso l'Africa - sottolinea il sindaco di Naro - farne un ponte di pace e di tolleranza verso tutti i popoli del Mediterraneo, visto che gli sbarchi continuano e le coste agrigentine costituiscono il primo approdo, per quanti arrivano nel nostro continente». Ipotesi condivisa anche dal primo cittadino di Porto Empedocle - dove San Calogero si festeggia la prima domenica di settembre - Lillo Firetto. «E' una bella iniziativa - concorda il primo cittadino empedoclino - che punta a valorizzare una manifestazione in cui il forte sentimento religioso, si incontra con la tradizione: il lancio dei “muffoletti”, la corsa dietro il Santo dei fedeli, la compagnia dei portuali che si tramanda di generazione in generazione, l'organizzazione dei festeggiamenti, la partecipazione corale, viscerale, che azzera tutte le diversità sociali…”». ondivide l'idea di mettere in rete il circuito di festeggiamenti per San Calogero, anche il presidente dell'associazione “Amici di San Calogero” di Naro, Carmelo Sorce. «Molti, già arrivano per la nostra festa anche dagli altri Comuni della Sicilia, soprattutto da Enna, Caltanissetta e Palermo - spiega Sorce - mentre in America, i nostri emigrati hanno organizzato i “club” Amici di San Calogero ed organizzano ogni anno i festeggiamenti, anche se in modo diverso da noi. Nelle altre nazioni d'Europa - aggiunge - hanno anche la statua di San Calogero simile alla nostra e la escono in processione». Tra le proposte del sindaco di Naro sul tappeto, anche una Card telefonica da commissionare alla Telecom, che pubblicizzi l'“Ato dello Spirito” attraverso l'immagine di San Calogero.
Salvo Sghembri,
l'eremita nel cuore
Da Roma ha realizzato un sito,
un libro e una arciconfraternita

La confraternita di Roma in visita a Naro nel luglio 2006
ROMA. Salvo Schembri, originario di Naro, da 18 anni vive e lavora a Roma. Ma il forte legame con la sua città non l’ha mai reciso. Tre anni fa, ha costituito nella capitale, con altri 35 suoi amici, l’Arciconfraternita di San Calogero Eremita, con relativo stendardo raffigurante il Santo. Per fare conoscere meglio la biografia e l’opera di San Calogero, Salvo Schembri ha aperto anche un sito sul Web (www.sancalogeroeremita.org) e pubblicato un libro. “Frutto di uno studio durato 3 anni - precisa - in cui ho cercato di fare una ricostruzione storica più precisa”. Nel suo volume, Schembri, elenca tutte le “tappe” siciliane del Santo, le località dell’isola in cui è venerato, la particolarità dei vari riti in suo onore. “In Sicilia, ci sono 4 santuari dedicati a San Calogero - premette - a Naro, dove è patrono, ad Agrigento, Sciacca e San Salvatore di Fitalia nel messinese”. Nel libro, non poteva mancare il capitolo su Naro, la sua città, il cui Santuario di San Calogero, fu eretto sulla grotta abitata dal Santo. Il culto dei naresi, sarebbe legato ad un evento miracoloso avvenuto nel 1626: un’apparizione a suor Serafina Pulcella Lucchese, predisse la fine della terribile peste che stava mietendo vittime in città. Il popolo di Naro - come scrive Schembri nel suo volume - portò il simulacro del Santo (scolpito nel 1556 a Militello Val Demone da Francesco Frazzetta, in legno e tutto nero, alternato con l’argento di parte del mantello), in processione ed il morbo si arrestò. Proprio in quell’anno, avvenne la proclamazione di San Calogero patrono di Naro. Il simulacro del Santo, che veste una lunga tunica bianca con mantello e cappuccio rovesciato sulle spalle - e tiene in una mano il bastone d’argento (realizzato a Palermo nel 1631 su commissione, per grazia ricevuta, di don Giuseppe Rossi, un facoltoso narese) e nel braccio destro, sollevato per benedire, un cofanetto d’argento - il 18 giugno, momento clou dei festeggiamenti, viene portato in processione sulla caratteristica “Straula” usata in passato dai contadini per il trasporto dei covoni), tirata con le corde da centinaia di fedeli, per lo più scalzi, di ogni età ed estrazione sociale. Di pane, se ne benedice e distribuisce a quintali. (A.A.)
«Gli ho consacrato anche le mie figlie»
Il segretario della Cgil di Agrigento spiega il rapporto “privilegiato” con Calò
AGRIGENTO. Piero Mangione, il segretario provinciale della Cgil, è devotissimo di San Calogero. Fa parte del collegio probiviri dei “portatori” di San Calogero, che raccoglie 280 agrigentini, ai quali è affidato il trasporto del fercolo in processione. Mangione, ha un rapporto “speciale” col Santo Nero, al quale ha “consacrato” anche le due figlie gemelle. Un legame, che risale all’infanzia. “Abitavo in una traversa della via Garibaldi, sotto il Duomo - rammenta - e ricordo che la prima domenica, si andava in chiesa e poi si tornava a casa presto, per aspettare l’arrivo di San Calò: appena passava, verso le 16, c’era la maschiata, bisognava festeggiare la sua presenza con i giochi d’artificio. Poi, da tutti i balconi, si buttava il pane sul fercolo - prosegue Mangione - i “panini” di San Calogero, con sesamo e finocchietto. In quel giorno, ancora oggi, mangio solo quelli ed acqua, fino alla sera. In alcuni quartieri, c’era anche chi arrostiva le sarde a beccafico - rammenta Piero Mangione - e le offriva”. Ogni anno la famiglia Mangione al completo, partecipa con grande fede alla processione. “Mia figlia che abita a Genova, la prima domenica di luglio, è sempre qua”. I momenti più emozionanti - di una festa che si svolge in un contesto a dir poco “ elettrizzante”, come spiega ancora Mangione - sono soprattutto quelli dell’uscita del Santo a mezzogiorno, quando il fercolo è consegnato ai “portatori”. Gli unici che da quel momento, decideranno il percorso, le fermate, etc. Il clero rimarrà sempre sullo sfondo.

Piero Mangione
“Durante le soste, i “portatori” consentono ai tantissimi devoti - spiega Piero Mangione - di salire sul fercolo per abbracciare la statua, baciare il Santo, “asciugargli” il sudore con i fazzoletti, invocare le grazie”. Il segretario della Cgil, oggi sessantenne, rievoca tantissimi aneddoti sulla spettacolare processione: come quando una bambina, scivolò per il sudore di mano ad un portatore (“San Calò, con migliaia di devoti al seguito, deviò il tragitto e andò in ospedale, finché la madre con al bambina sana e salva, non uscirono”). Oppure quell’altra volta, in cui dopo il divieto dell’arcivescovo di gettare il pane dai balconi, San Calò- come lo chiamano affettuosamente - si rifiutò di sostare davanti la Curia , per la benedizione. “C’era anche una prostituta, la “Farfallina” la chiamavano, che nella settimana in cui passava San Calò - si ricorda Mangione - sospendeva le sue prestazioni ed invitava i “portatori” che passavano vicino casa sua, a bere vino e melone ghiacciato”. Quest’anno, intanto, è stata realizzata ad iniziativa degli stessi “portatori” una nuova statua del Santo - più resistente, in ferro e vetroresina - che durante la processione, prenderà il posto di quella in legno del ‘500. Ogni anno, il vecchio simulacro subiva “amputazioni” (alle dita, al libro, etc.) per la foga dei fedeli. Recentemente, quando il Vescovo impose la scorta dei poliziotti alla Vara, scoppiò il finimondo: in testa l’ex sindaco Piazza, gli agrigentini, disubbidirono platealmente al divieto, issandovi come sempre i loroi bambini e salendo ugualmente sul fercolo ad abbracciare il Santo, come da tradizione. (A.A.)
Quel viaggio cominciato a Lipari
Vita, morte e miracoli del religioso più conteso. A colpi di proverbi

San Calogero di Naro sulla Straula
AGRIGENTO. San Calogero, secondo la tradizione, sarebbe nato nell’anno 466 d. C. a Calcedonia in Asia Minore. Dopo una breve dimora a Roma, dove ottenne l’abito monacale - come scrive Salvo Schembri, nel suo libro su “San Calogero Eremita” - sarebbe arrivato con i suoi due compagni, Gregorio e Demetrio, a Lipari dove cominciò a diffondere la fede cristiana. Riprese quindi il viaggio, e dopo una tappa a Marsala (città in cui i suoi due compagni furono martirizzati), nel 526 d.C. arrivò a Sciacca, dominata dal monte Kronio. Che il monaco Calogero, scelse come centro della sua missione evangelizzatrice, dopo averlo liberato dal dominio degli spiriti maligni, incubo della popolazione. Peregrinò nel corso della sua lunga vita, in lungo e in largo, di grotta in grotta, per tutta l’isola: fu ad Agrigento, Naro, Salemi, Palermo, Catania, Fragalà, Siracusa, Termini Imerese, Licata, etc. La morte lo colse all’età di 95 anni, il 18 giugno del 561, mentre in ginocchio pregava. Venne sepolto nella stessa grotta del monte Kronio, dove già riposavano i suoi 2 compagni martiri. Dopo l’invasione araba, per impedirne la profanazione, le spoglie del Santo Nero furono nascoste dai monaci in fuga, in un luogo più sicuro: nel monastero di Fragalà, detto di S. Filippo, nel messinese. Da lì, nel 1867, furono trasferite nella vicina Chiesa Madre di Frazzanò, sui Nebrodi. San Calogero, monaco eremita dotto e rinomato guaritore del corpo e dello spirito - raffigurato col Vangelo in una mano ed il cofanetto delle medicine attaccato al braccio destro, sempre pronto a sollevare i bisognosi - nel corso dei secoli è stato anche celebrato come il protettore del raccolto estivo. Molto amato e venerato nella Sicilia soprattutto contadina, per secoli ne è stato anche l’emblema della sua tradizione e cultura. La massima fioritura del culto a San Calogero, con manifestazioni di fede d’intensa commozione - il Santo Nero nel corso dei secoli, è stato venerato soprattutto nelle diocesi di Agrigento, Caltanissetta, Lipari e Patti ( ed in oltre 50 Comuni dell’isola ) - si ebbe verso la fine del XVI secolo ed i primi decenni del XVII. Anche per via di tutta una serie di “flagelli” che si abbatterono sull’isola: pestilenze, terremoti e carestie. In cui vennero sperimentate le sue capacità taumaturgiche miracolose. I devoti, si sentono legati a lui da un rapporto intimo, intensissimo: più vivo di un vincolo di parentela o di un legame di sangue, come scrive lo stesso Schembri nel suo libro. Gli agrigentini, profondamente legati al loro Santo, e non esitano a sfidarsi sulle “capacità miracolose”: San Calò di Naru, miraculi nni fa a migliaru”. “San Calò d’Agrigentu, miraculi nni fa a centu a centu”. “ San Caloiru di Sciacca, fa li grazii ccu li sacca”. Oppure: “San Calò di Canicattì, i miraculi li fa a tri a tri”; San Calò di Raffadali, di miraculi inghi un fadali”; mentre San Caloiru di Aragona, ni fa sempri una bona” etc. Anche se non manca qualche curiosa “strapazzata” dettata dalla “superiorità” del proprio San Calogero: “San Caloiru di Girgenti miraculi ni fa nenti” coniano i naresi, a cui gli agrigentini ricambiano con un “San Caloiru di Naru li fa’ sempri ppi dinaru”. Le celebrazioni ed i festeggiamenti in onore di San Calogero, che un tempo duravano un mese, oggi sono ridotti ad un settimana. Suggestiva e fortemente coinvolgente, soprattutto la festa che si svolge - la prima e la seconda domenica di luglio - ad Agrigento. Anche se il loro protettore è San Gerlando, gli agrigentini stravedono per San Calogero. I solenni festeggiamenti, con il pesantissimo fercolo portato a spalle dai “portatori”, i rulli dei “tammurinara” che lo precedono, le musiche delle bande musicali che lo accompagnano per tutto il tragitto nelle impervie stradine del centro storico - tra lanci di pani votivi dai balconi (come vuole la tradizione popolare, perché durante la peste, al Santo andava a chiedere il pane per i poveri, e la gente, rintanata a casa per la paura, glielo lanciava per evitare che si avvicinasse troppo) - e ad ogni fermata, i fedeli che salgono sulla Vara ad abbracciare e baciare il Santo, “asciugandogli” il sudore, pregando ed invocando grazie. Un singolare mix di misticismo, antiche tradizioni, forti emozioni e profonda fede, che sprigionano intorno al Santo Nero un’ elettrizzante energia contagiosa. A.A.
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